Story Telling o reportage?

C’è differenza fra Story Telling e Reportage?
Cosa succede se immetto nella fotografia di reportage delle foto costruite?
Premesso che amo la fotografia tutta mi sembra doveroso però fare qualche precisazione…
Lo Story Telling può accettare fotografie costruite e completamente “staged”, tipico della grande arte contemporanea che utilizza la fotografia da Jeff Wall a Lorca di Corcia a Serrano fino arrivare a Crewdson (vedi foto qui sotto) passando per Jeff Koons , la mitica Skoglund e la onnipresente Cindy Sherman e senza dimenticare il poco conosciuto Meatyard e la superstar Francesca Woodman

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Nomi che fanno tremare le vene ai polsi ma che hanno cambiato il nostro modo di vedere e di pensare la realtà… Ne ho tralasciati molti (come il caro Witkin oppure episodi lontani dall’arte come il fotoromanzo) ma vi prego è per semplificare… Nello Story Telling è evidente o dichiarato che ci sono delle fotografie allestite per raccontare una storia, rappresentare un concetto… E’ un modo di utilizzo del mezzo che gioca sull’ambiguità dello stesso e che è indubbiamente “alto” e che ha avuto un impatto sul nostro immaginario… Impatto che ha avuto anche il cinema contemporaneo…
Il fotografo diventa narratore ed utilizza la fotografia o le fotografie con una progettualità molto vicina a quella di un regista. E’ una fotografia complessa che richiede molto competenze e capacità.
Il Reportage basa molta della sua autorità su un patto non scritto fra il foto giornalista e il suo pubblico, un patto in cui chi riprende si fa garante di raccontare una storia in presa diretta cercando di influire il meno possibile su ciò a cui assiste. Ora è evidente che la fotografia non è la realtà (vedi esempio di Nik Ut)

Nik Ut
Nik Ut
Nik Ut
Nik Ut

C’è una pretesa di realtà, interpretata magari aiutata però non si può prescindere dagli avvenimenti che stanno accadendo e che vengono registrati dalla macchina del fotografo.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a pubblicazioni e lavori di molti fotografi che hanno mescolato finzione e realtà realizzando progetti raffinati, bellissimi e intelligenti, tutto ciò ha molto spinto sui limiti del foto giornalismo che sempre più si è allargato (in certi giornali e in certe pubblicazioni) fino ad inglobare fotografie allestite e costruite.

Se si parla di foto giornalismo questo tipo di immagini deve essere dichiarata e si deve avvisare il lettore che il patto deontologico è stato infranto e spiegare per perché… Così se si fanno interventi invasivi in post produzione.

Ora se una volta questi ambiti erano separati oggi si sono mescolati, mescolati al tal punto che per esempio Giovanni Troilo ha vinto un World Press Photo con un lavoro che conteneva molte foto allestite (dichiarate). Un lavoro in cui raccontava la sua idea e il suo pensiero (non molto positivo) su Charleroi.

Giovanni Troilo
Giovanni Troilo

Il suo modo libero di interpretare la fotografia e l’attribuzione di uno dei premi più importanti per il foto giornalismo ha causato una serie di proteste che partite dal sindaco di Charleroi hanno fatto breccia nel cuore di molti illustri foto giornalisti ed è cominciata una caccia all’errore che ha portato alla identificazione di alcune didascalie non conformi  scritte da Giovanni Troilo (uno sbaglio è uno sbaglio) e alla susseguente eliminazione dal concorso del World Press Photo.
Giovanni ha pagato una leggerezza e una guerra fra mondi di fotografi e di fotografie… Insomma il moltiplicatore politico ha fatto da volano all’intera vicenda.

Mi chiedo però se ha un senso l’arroccarsi del mondo del reportage su posizioni così ortodosse e se queste posizioni siano poi sostenibili?
Non ho risposte assolute ma ho come la sensazione che ci vorrebbe un momento di riflessione, discussione e apertura in modo da raggiungere delle posizioni condivise… Chiudersi e mettere muro contro muro non servirà a niente…
In fondo una delle foto più famose del 900 non soffre del dubbio di allestimento?

Frank Capra

 

 

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